venerdì 19 ottobre 2007

differenze culturali

Fortemente in relazione con questo post.

Ha tenuto segregata per giorni la ex fidanzata, l’ha picchiata, violentata, torturata e umiliata in vari modi ma ha ottenuto uno sconto di pena perchè è sardo. L’incredibile vicenda giudiziaria ha come protagonista il giudice di Hannover che ha condannato a sei anni di carcere un 29enne sardo che lavorava come cameriere in Germania ma gli ha concesso le «attenuanti etniche e culturali»


A ben guardare la differenza culturale tra persone ha sempre rivestito un duplice aspetto:
da un lato essa impedisce o rende oggettivamente difficoltosa la comprensione tra soggetti di differente estrazione, dall’altro è l’elemento arricchente per eccellenza, quello senza il quale si avrebbe un livellamento della cultura ed un’evoluzione della stessa estremamente difficoltoso.
In entrambi i casi essa, comunque, riveste gli aspetti del pregiudizio.
È pregiudizio quello di supporre che una persona appartenente ad una cultura differente non possa comprendere o entrare a pieno titolo a far parte dei meccanismi che regolano la cultura che la ospita, così come è pregiudizio quello di supporre che una cultura differente abbia sempre qualcosa da insegnare.
Ora, di fronte ai pregiudizi, l’unica forma di lotta è la conoscenza. È evidente che se una cultura ci appare, almeno in alcuni suoi aspetti, attraente, la spinta al confronto è estremamente facilitata.
Ma è altrettanto evidente che non è di questi specifici aspetti che stiamo discutendo.
Qui non si parla di imparare a conoscere il cinema orientale, la cucina di un altro paese, apprendere una nuova lingua. No, è evidente che su questi aspetti siamo tutti bene o male d’accordo.
Qui si tratta di discutere su punti di vista che sono antitetici, perché è su questi che nasce il conflitto ed è su questi che bisogna trovare il coraggio di mettersi in discussione. Una cultura è fatta sia di cucina che di arte, ma anche di tradizioni, modi comportamentali e altri aspetti e non è accettabile la semplice ipotesi di prelevare da una cultura esterna solo le parti che incontrano il nostro favore, rifiutando in toto, senza appello, tutti gli altri.
Quando un paese si comporta in questo modo nei confronti di persone di altre culture che vi vengono a vivere, si parla di “assimilazione”.
L’integrazione è ben altro. Innanzitutto è biunivoca, ovvero non è solo la cultura ospite ad integrarsi, ma è anche la cultura ospitante che si lascia “inquinare”.
In secondo luogo, entrambe le culture, pur mantenendo ciascuna le loro individualità di base, dovranno dar vita ad una terza via che si manifesti, quantomeno, tutte le volte che esse dovranno confrontarsi perché quello sarà il loro terreno di incontro.
Detto questo, fin quando non sarà pienamente realizzata una condizione come quella prospettata, è inevitabile che all’interno degli ordinamenti giudiziari dei singoli paesi, ma non solo, anche nel modo in cui ci approcciamo di volta in volta alle persone di altre culture, siano previste delle “attenuanti tecniche e culturali”.

L’alternativa, altrimenti, è dire “questa è casa mia, qui dentro si fa come dico io”. Questo va bene, in un’ottica di autoritarismo si può pure fare e mettere in conto, ma non elimina il problema: continueranno comunque ad esserci persone di altre culture nel nostro paese che continueranno a fare come se fossero a casa loro, semplicemente perché non sanno fare altrimenti. Facile affermare che chi arriva si adegua. Ma quanti di voi si sono trovati a fare un viaggio in un paese e, non essendo a conoscenza delle tradizioni, hanno offeso la cultura che li ospitava? Oltretutto, durante un viaggio, ammesso che si studi prima cosa fare e non fare, è anche semplice o quantomeno accettabile rinunciare a baciarsi in pubblico o farsi le canne dove ci pare. Ma se finite col viverci in quel paese e se le differenze tra la vostra cultura e la loro sono sostanziali, per quanto tempo pensate di resistere prima di contravvenire alle loro regole?
No, francamente la via autoritaria la ritengo poco praticabile: si verrebbero a creare inevitabili conflitti culturali le cui conseguenze possono essere molto gravi ed, alla fine, quasi sempre a rimetterci sarà la cultura ospitata. Ovviamente,se tanto sono gli altri a rimetterci, si potrebbe rispondere “’sti cazzi”. Allora diciamo che chi ci rimette di più è la cultura ospitata. Lo sappiamo tutti, infatti, che comunque prima che si riesca ad aver ragione con la repressione di fenomeni complessi come questi, ci vuole tempo ed inoltre si tratterebbe di mantenere un regime autoritario molto dispendioso in termini economici e di stress per entrambe le parti.

Resta il problema delle “attenuanti etniche e culturali”. Già perché anche questo è un problema. Andateglielo a dire alla ragazza che chi l’ha stuprata l’ha fatto perché da lui si usa così (devo informarmi meglio dai miei amici sardi). È evidente che dal punto di vista di lei, la cosa non fa alcuna differenza, per cui: cazzo attenui?
Non conoscendo il caso specifico, perché bisognerebbe leggere le motivazioni della sentenza, cerco di parlare in generale.
Mi sembra evidente, tuttavia, che il fatto che lo stupratore fosse sardo, abbia giocato un ruolo rilevante.

Ma attenzione, rifiuto l’idea che il semplice fatto di essere sardi consenta di accedere alle “attenuanti etniche e culturali”. Se così fosse, tutte le volte che in Germania viene commesso un delitto da parte di uno straniero, si dovrebbe essere ammessi a questo beneficio e, francamente, non mi risulta.

Anche in questo caso ci sarebbe da discutere sul modo in cui i media hanno dato la notizia, facendo cadere l’accento proprio sull’origine sarda dello stupratore, senza entrare nel merito del perché il giudice abbia preso in considerazione questo aspetto. Ma ci siamo abituati, ormai le notizie parlano solo di reati commessi da albanesi, zingari, rumeni o di reati e basta (qualora nessuna di queste categorie sia coinvolta). Vecchia modalità di informare e propagandare, già usata agli inizi del novecento negli Stati Uniti quando era il periodo del “dagli all’anarchico”.
Comunque, la questione è che se si rifiuta il concetto di “attenuante etnica e culturale”, bisogna rifiutare il concetto stesso di “ attenuante”, perché o si ammette l’ipotesi che esistano delle circostanze in cui la persona che commette il reato lo fa senza una piena consapevolezza o non c’è santo che tenga. E sicuramente l’aspetto culturale influisce molto. Io personalmente, se mai dovesse capitarmi, mi augurerei di essere giudicato da un tribunale islamico che prenda in considerazione l’ipotesi che l’adulterio che ho commesso derivi in parte dal fatto che sono nato e cresciuto in Italia, dove simili comportamenti non sono puniti, men che mai con la pena di morte della lei del caso.

È evidente l’obiezione che mi si può opporre: quale cultura istiga allo stupro? Nessuna, siamo d’accordo. Infatti nemmeno i giornali hanno affermato questo, ma si è parlato semplicemente di una generica “attenuante etnica e culturale” e non si sa su quali aspetti essa sia stata concessa (solo le motivazioni della sentenza possono svelare il mistero), ma se la notizia viene data così come è stata data, effettivamente la cosa che viene da pensare è: se sei sardo e decidi di stuprare una donna, fallo in Germania.
Se girano le palle a noi nel sentire una notizia del genere, pensate come gli staranno girando ai tedeschi. Se da noi fosse uscita una sentenza simile che vedeva condannato un rumeno che aveva stuprato una donna, ma con simili attenuanti, sarebbe scoppiata la caccia al transilvano (o meglio avrebbe subito un maggior impulso).

Andare di pancia e fottersene di tutte le circostanze che producono le distorsioni cui stiamo assistendo, limitandoci ad imporre loro le nostre regole, non sposta di una virgola il problema, circostanze che non dipendono solo da chi arriva, ma anche da chi accoglie. Se da una parte chi arriva da noi è “maleducato” (uso un eufemismo che potete traslare in ladro, assassino, stupratore, ecc.), dall’altra chi accoglie pensa solo ad imporre il proprio “galateo”.
Quando una cultura straniera è incompatibile con quella del paese ospitante, le prime cose da cambiare, peraltro le uniche che possono cambiare, sono le leggi di quest’ultimo. Non si tratta di capitolare di fronte all’invasore, ma di compiere le modifiche della società necessarie alla convivenza, atteso che nessuna legge riuscirà mai a impedire che la fame o la mancanza di dignità o libertà, spingano le persone a cercare di venire da noi.
Lo scopo della legge è proprio quello di garantire la convivenza, non di perpetuare sé stesse.
La legge è fatta per l’uomo, non l’uomo per la legge.
Rifiuto l’idea di essere considerato “nocivo” alla cultura islamica perché bacio la mia ragazza in pubblico. È possibile che loro la pensino così, ma la soluzione (e ritorno al concetto iniziale che lo scopo delle culture è quello di incontrarsi, perché questa e solo questa è l’unica possibilità di evoluzione che hanno) non la troveranno mai nell’ignorare la mia esigenza e, se così fosse, alla fine, non ci avrei rimesso solo io.

Immigrati, vi prego, non lasciatemi solo con gli italiani.

ursamaior

1 commento:

Anonimo ha detto...

Articolo molto interessante su una questione che fa riflettere.
Sono d'accordo sul fatto che a volte l'incontro-scontro tra culture porta solo a difficoltà sociali ma non credo sia possibile ragionare nel senso di cambiare le leggi del paese ospitante come dice nell'articolo.

Innanzi tutto si andrebbero soltanto a creare ingiustizie nel modo in cui la legge giudica cittadini di culture diverse (chi definisce i caratteri culturali di un particolare paese e chi decide fino a che punto sono questi che hanno influito nel commettere un crimine?)

In secondo luogo il non accettare le leggi di un paese cercando di far prevalere le proprie per non essere giudicato erroneamente secondo le PROPRIE vedute culturali non incoraggerebbe l'apertura appunto all'accettazione di ciò che è diverso da noi. In caso di situazioni particolarmente pericolose esistono le ambasciate.

Tuttavia capisco quale é il suo punto e credo l'argomento sia di estrema importanza e dovrebbe essere preso in seria considerazione dai governi.